Principio di Indeterminazione a cura di Ivan Quaroni | ABC-ARTE | Martedi 14 giugno 2016

principio di indeterminazione

Principio di Indeterminazione

L’Astrazione dopo l’Astrazione

a cura di Ivan Quaroni

Sei artisti della generazione del Millennio ripensano i codici della rappresentazione astratta invadendo lo spazio della galleria genovese attraverso una polisemia di segni e gesti, in bilico tra pittura espansa, scultura e installazione ambientale.

Principio d’indeterminazione indaga l’insorgere di una nuova sensibilità astratta e polisemica, che si esprime attraverso una pluralità di medium, dalla pittura alla scultura, fino all’installazione, in discontinuità con i codici dell’astrazione classica, sia essa geometrica, informale o analitica. Il curatore Ivan Quaroni ha individuato sei artisti, nati tra il 1979 e il 1987, che hanno sviluppato linguaggio prevalentemente aniconico, ma in taluni casi senza recidere completamente i rapporti con le grammatiche figurative. Ciò che distingue questo gruppo di artisti è, infatti, il riconoscimento della fondamentale ambiguità dei linguaggi visivi e, insieme, la definitiva archiviazione della dicotomia tra astrazione e figurazione, considerata come un retaggio del passato.
Nel 1986 il pittore americano Jonathan Lasker scrisse: “sto cercando il soggetto, non l’astrazione”. Lasker era convinto che l’Astrazione fosse morta con i Black Paintings di Frank Stella e perciò pensava che la pittura dovesse occuparsi di temi marginali e aleatori come la memoria, la presenza, la materialità, la trascendenza e la mescolanza di arte alta e bassa. Oltre a questi temi, oggi tutt’altro che marginali, nella post-astrazione dei Millennials, plasmata dall’aumento esponenziale delle tecnologie informatiche e digitali, è altrettanto importante la riflessione sul ruolo dell’individuo nel processo di produzione e di fruizione delle immagini.
La questione dei modi e dei tempi di percezione della pittura (ma anche della scultura e dell’installazione), già centrale nelle ricerche delle avanguardie del Gruppo Zero e di Azimut e poi approfondita nelle esperienze dei pittori analitici degli anni Settanta, è affrontata anche dagli artisti presenti in questa mostra, pur in una variegata pletora di soluzioni espressive, dalle quali peraltro emerge come fattore distintivo l’ineludibile segno delle esperienze individuali.
Il titolo Principio d’indeterminazione, che allude alle conseguenze epistemologiche della teoria fisica di Heisemberg nel comparto delle ricerche scientifiche, diventa qui il pretesto per sottolineare la radicale soggettività delle indagini artistiche della Y Generation e, allo stesso tempo, per rimarcare come tale soggettività si esprima sempre più liberamente fuori dai perimetri codificati, in una dimensione sintattica aleatoria e oscillante, ambigua e indeterminata.
Paolo Bini (Battipaglia, 1984), traduce paesaggi fisici e mentali in sintagmi cromatici astratti, costruiti secondo l’unità del pixel e nel tempo scandito dallo scanner o dal plotter. L’artista dipinge, infatti, su nastri di carta, che poi monta su tavole e tele (ma anche su superfici murarie) per ottenere immagini caratterizzate da una parallela partizione ritmica e cromatica delle superfici. Attraverso dipinti, installazioni e pitto-sculture, Bini costruisce una personale variante lirica di pattern painting in cui coesistono il rigore della geometria e l’urgenza gestuale dell’espressionismo astratto.

Ispirata a forme fitomorfe e anatomorfe è la pittura di Isabella Nazzarri (Livorno, 1987), che attraverso un alfabeto organico in continua mutazione esprime memorie, intuizioni e immagini mentali altrimenti inafferrabili. L’artista prende spunto dalla struttura classificatoria delle tavole anatomiche e degli erbari per costruire una grammatica di pittogrammi evocativi e fluttuanti, nati dall’incrocio di costrutti mentali e morfologie naturali. Per l’occasione, Nazzarri ha realizzato un grande dipinto murale sul soffitto di una sala della galleria, una concentrica e proliferante genesi di organismi alieni, che riecheggiano anche nelle codificate forme dei suoi grandi dipinti su tela e dei suoi acquarelli su carta.

La ricerca di Matteo Negri (San Donato Milanese, 1982) si concentra sull’utilizzo di materiali plastici che lavora in modo eclettico, passando dalla pietra alla ceramica, dal metallo alla resina, usando forme e colori pop per raggiungere un’immediata efficacia espressiva. La sua variegata produzione ruota attorno alla scissione tra forma e significato, creando un cortocircuito tra i contenuti estetici e i materiali utilizzati. E’ il caso dei Kamigami Box, grandi scatole irregolari in cui le superfici interne di acciaio specchiante riflettono all’infinito le costruzioni di Lego poste sulla base del solido, dando l’impressione di uno sterminato conglomerato urbano. Oltre a un inedito Kamigami, l’artista espone un mobile, un contenitore nei cui cassetti sono riposte piccole e sorprendenti opere.

La disamina dei meccanismi di creazione e fruizione dell’immagine è al centro del lavoro di Patrick Tabarelli (Verona, 1979). Le sue opere sono, infatti, caratterizzate da un’ambiguità formale che induce nello spettatore una sorta d’incertezza percettiva. Nei suoi dipinti la superficie appare piatta, quasi digitale, oppure percorsa da oscillazioni dinamiche e minimali che contraddicono l’origine gestuale della sua pittura. Recentemente la sua ricerca si è concentrata sulla costruzione di drawing machine, hardware e software artigianali capaci di produrre superfici pittoriche che sembrano dipinte a mano e che, quindi, rimarcano ulteriormente l’ambiguità processuale nei rapporti tra autore e opera.

Viviana Valla (Voghera, 1986) rielabora il linguaggio dell’astrazione geometrica attraverso l’utilizzo di materiali non convenzionali, come carte di recupero, post-it, scotch e frammenti d’immagini stampate, che si riferiscono a una dimensione intima e formano un diario visivo enigmatico e sibillino. Le sue composizioni, parzialmente celate da varie stesure di gesso acrilico, assumono la forma di strutture geometriche di una monocromia imperfetta, in cui campiture definite si alternano a superfici dove il colore si dissolve in pennellate e moduli frammentari.

Giulio Zanet (Colleretto Castelnuovo, 1984) documenta momenti dell’esistenza quotidiana, riflessioni e considerazioni sulla natura dell’esperienza senza mai ricorrere a forme riconoscibili ed evitando ogni approccio narrativo. Il suo è un linguaggio pittorico basato su un processo di astrazione formale, che ammette l’impossibilità di oggettivare pensieri e emozioni. Le sue opere contengono, infatti, sagome incerte, tronche, ripetitive, dove la forma chiusa del motivo decorativo si fonde con una sintassi libera e gestuale, scabra e imperfetta che trovano nel precario equilibro tra norma e trasgressione un vitalissimo slancio espressivo. Tra le opere in mostra, molte sono quelle che trasgrediscono la struttura del quadro, invadendo le pareti e i pavimenti della galleria come frammenti di una pittura espansa che trova nello spazio ambientale il suo luogo d’elezione.

UNCERTAINTY PRINCIPLE
Abstraction after abstraction

Curated by Ivan Quaroni

Six artists of the Millennium generation rethink the code of abstract representation, occupying the Genoa’s art gallery spaces with polysemous signs and gestures, between expanded painting, sculpture and environmental installation.

Uncertainty principle studies the birth of a new abstract and polysemous sensitivity, expressed through a variety of mediums: painting, sculpture and installation, in discontinuity with the classic abstraction codes, geometrical, informal or analytical. The curator Ivan Quaroni identified six artists, born between 1979 and 1987, who developed a mainly aniconic language, even if there are cases where the relationship with figurative styles haven’t been completely cut off. What distinguishes this group of artists is the recognition of the basic ambiguity of visual language and, therefore, the final dismissal of the dichotomy between abstraction and representation, a legacy from the past.
In 1986, the American abstract painter Jonathan Lasker wrote: “I’m seeking subject matter, not abstraction.” Lasker thought Abstraction was dead with Frank Stella’s Black Paintings, so he imagined painting as representing marginal topics like memory, presence, matter, transcendence and the mix between high and low art. In addition to these topics, felt as crucial nowadays, the post-abstraction by the Millennials, shaped by the exponential growing of information and digital technology, reflects on the individual’s position during image creation and fruition processes.
The channels and timings of perception in painting (as well as in sculpture and installation), was a central matter in the avant-garde research by Zero Group and Azimut and analytical painters during the Seventies. What appears as a distinctive factor in these studies is that they all come from individual experiences.
The title Uncertainty principle refers to the epistemological consequences of Heisemberg’s theory in scientific research. It becomes an excuse to underline the radical subjectivity of the artistic studies by the Y generation and, at the same time, it highlights how this subjectivity crosses codified limitations, to get into a syntactic and casual, ambiguous and undetermined dimension.

Paolo Bini (Battipaglia, 1984) translates physical and mental landscapes in abstract chromatic units, based on pixels and scanner or plotter timings. The artist paints on paper strips, then mounted on boards and canvases (or walls), to create images characterized by a parallel, rhythmical and chromatic partition. With paintings, installations and paint-sculptures, Bini builds a lyrical and personal variation of pattern painting, where geometrical precision and gestural urgency of abstract expressionism coexist peacefully.

The works by Isabella Nazzarri (Livorno, 1987) are inspired by phyto-morphic and anato-morphic forms. Using an organic and perpetually changing alphabet, she expresses memories, intuitions and mental images, incomprehensible in any other way. The artist gets inspiration from the classification of anatomical and herbal tables to build a world of evocative and fluctuating pictograms, obtained crossing mental structures with natural morphologies. For this occasion, Nazzarri realized a big mural painting on the gallery ceiling, a concentric and crowded genesis of alien organisms, echoing the codified forms of her great canvas paintings and watercolor papers.

Matteo Negri’s (San Donato Milanese, 1982) research focuses on plastic substances in an eclectic way, in combination with stone and ceramic, metal and resin, creating pop shapes and colors for an immediate expressive efficiency. His varied production centers on the division between form and meaning, a short circuit of aesthetic content and substance. This is the case of Kamigami Box, big irregular boxes showing internal surfaces covered with mirroring steel. The surfaces reflect the Lego constructions on the sculpture’s base ad infinitum, giving the impression of a limitless urban settlement. Together with a new Kamigami, the artist shows a piece of furniture, containing many, small unexpected surprises.

The mechanisms of creation and image fruition are at the center of Patrick Tabarelli’s (Verona, 1979) work. His works drive the observer towards a kind of perceptive uncertainty, thanks to their formal ambiguity. His paintings are made of flat, almost digital surfaces, or are crossed by dynamic and minimal oscillations, in contrast with the gestural origins of his style. Recently, his works focused on the construction of drawing machines, digital hardware and software for the production of surfaces, which look like hand-painted. So, the ambiguity between author and work emerges once again.

Viviana Valla (Voghera, 1986) elaborates the language of geometrical abstraction through unconventional substances, like recovery papers, post-it, scotch and fragments of printed images. She invents an intimate dimension with the realization of a mysterious and enigmatic visual diary. Her works are partially hidden by various layers of acrylic chalk and develop a geometrical structure monochromatically imperfect, where clear areas alternate with surfaces showing how color dissolves into brushes and fragmentary modules.

Giulio Zanet (Colleretto Castelnuovo, 1984) reports moments of everyday life, reflections and considerations over the nature of experience, without using recognizable forms or narrative approaches. His pictorial language is based on a process of formal abstraction: it is impossible to objectify thoughts ad emotions. His works show uncertain shapes, segments, repetitions. The locked motif of decoration is fused with a free and gestural, rough and imperfect disposition. These shapes find a vital expressive impulse in its fragile balance between rules and transgression. In the exhibition, there are many works breaking the picture’s usual structure, invading the gallery walls and floors, like fragments of an expanded painting located into the environmental space.

Principio di Indeterminazione
L’Astrazione dopo l’Astrazione
14 Giugno – 2 Ottobre 2016

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